mariateresa scotti

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L-FIL-LET/04 ( Lingua e letteratura latina )
Lettere moderne 26602 ( L-10 )
Studi greco-latini, italiani, scenico-musicali
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Italiano

 Ricercatrice confermata di Lingua e Letteratura latina (Concorso 1984 presso l’Università di Salerno; confermata dal 1987; dal 1990 in servizio presso il Dipartimento di Filologia greca e latina dell’Università “La Sapienza”)  Mi laureai in Lettere classiche nel marzo del 1976 presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” con una tesi sul “Concetto di ‘classico’ nel mondo antico” che esaminava anche la discussione sul ‘canone’ nell’ambito della erudizione critica settecentesca. Fu relatore della tesi il prof. Scevola Mariotti, con il quale poi collaborai, a titolo volontario, per circa sei anni, guidando gruppi di studio di giovani intraprendenti. Nel 1982, con una borsa di studio del CNR, mi recai a Monaco di Baviera presso la Wissenschaftliche Akademie, per collaborare alla stesura di voci del Thesaurus linguae Latinae, monumentale lessico storico e critico della lingua latina, fondato su un’informazione di base esaustiva. Vi rimasi per circa due anni, affascinata da quanto apprendevo da quel lavoro assiduo e sistematico, benché mi dolessi dell’affievolirsi dell’originario vigore romantico su cui prevaleva una più scaltra perizia analitica e tecnica. Intanto, dopo la tesi, continuai ad approfondire l’argomento del ‘classico’, dagli interessi linguistico-formali all’’estetica’ e alla configurazione ‘etica’, anche nel mondo tardo-antico e medievale, in particolare studiando la ‘Rinascenza’ del XII secolo e la Scuola di Chartres, appuntando il mio interesse su Giovanni di Salisbury, che nel ‘Metalogicon’ denunciava una crisi che aveva ridimensionato l’orientamento scolastico e aveva imposto un’attenzione più marcata, se non esclusiva, alle finalità pratiche degli studi. Egli si era opposto a tale tendenza e dichiarava una ripresa della finalità speculativa e formativa sul piano dell’intelletto puro, momento imprescindibile per ogni più incisivo ed efficace intervento nella società. Mi sono poi a lungo dedicata allo studio di Apuleio, a partire da un memorabile corso del prof. Mariotti (1978), dalle cui puntuali osservazioni e discussioni deducevo come le ‘Metamorfosi’ fossero un testo aperto a indagini su molteplici livelli, e come la lingua ricca e incastonata di preziosi apporti da ogni registro, colto ed esperienziale, fosse un universo ancora in gran parte da esplorare e da intendere nelle sue intrinseche motivazioni. Molto impegno fu da me dedicato ai ‘Florida’ di Apuleio, raccolta antologica di discorsi epidittici, brani di singolare vivacità e poliedrica complessità. Il progetto di commento tuttavia non ha ancora visto l’approdo, a causa di inquietanti interrogativi preliminari, che implicano uno scandaglio sistematico anche di molti testi greci di ispirazione simile. In occasioni di forte impatto con un pubblico di buon livello ma vario, l’oratore scandisce ma anche quasi sussurra la parola, che deve attirare ma anche indurre a meditare. Tutte le risorse ‘sofistiche’ sono lecite, ma il compito è piuttosto sacro, socratico. Ho collaborato con “Esperienze letterarie”, con il “Giornale Italiano di Filologia”, con la “Rivista di filologia”, con “Vigiliae Christianae”.          Dopo un articolo dalla tesi di laurea, ho pubblicato i risultati di ricerche sulle ‘Metamorfosi’ (allusioni e differenze tra Apuleio ed Ovidio; la favola di Amore e Psiche tra allegoria e simbolismo), e sull’’Asclepius’ (in inglese), un testo di carattere oracolare di impronta egizia, finito tra le opere di Apuleio e a torto attribuito a lui. Si tratta di un’opera per certi aspetti oscura ma di sconcertante attualità, che invita a meditare sulla natura unitaria del cosmo e sul destino di ritorno all’Uno dalla frammentazione della storia. In un contributo alla Miscellanea in onore di Scevola Mariotti (‘Dicti studiosus’) ho formulato l’ipotesi che l’’Asclepius’, citato ampiamente da Agostino nel ‘De civitate Dei’ insieme al ‘De deo Socratis’, sia stato affiancato al testo apuleiano proprio in conseguenza dell’interesse agostiniano. Anzi, mi pareva probabile che le opere di Apuleio a noi rimaste, un numero esiguo rispetto alla produzione originaria, fossero legate alla biblioteca di Agostino ad Ippona. Tra il 1986 e il 1988 e per le due estati successive ho soggiornato ad Oxford, avendo l’opportunità di frequentare illustri classicisti inglesi, in contatto con i quali mio marito Nicholas Horsfall, fino al 1987 professore associato all’University College di Londra, aveva maturato idee e progetti scientifici. Gli incontri continuarono assiduamente anche a Roma, perché il viaggio e la permanenza anche prolungata nella nostra città allora era d’obbligo, favorita da una maggiore circolazione del denaro in campo culturale. A poco a poco, tuttavia,  si cominciarono ad avvertire sintomi di disagio, in crescita a causa di un’eccessiva frantumazione dei ‘saperi’ e un irrigidimento  conflittuale nell’ambito delle Istituzioni, che le rendeva meno credibili di fronte alla società, e un atteggiamento difensivo e meno attento all’altro,  meno disposto a dialogare e a rischiare per l’altro. In seguito al trasferimento dall’Università di Salerno, dove per sei anni avevo lavorato per gli studenti del prof. G. Viansino, dal 1990 fino al 2003 fui a servizio della cattedra del prof. L. Gamberale, tenendo seminari improntati a criteri di scrupolosa esattezza filologica, secondo i rigorosi dettami della ‘scuola’ di Mariotti (di cui il prof. Gamberale è un illustre condiscepolo), ma anche tentando una discussione sul ‘senso’ più generale dei vari testi proposti. Con la Riforma universitaria, e dopo aver constatato con sgomento, io che sono vissuta anno dopo anno lunghe giornate nelle prestigiose biblioteche classiche della città di Roma, dall’Istituto archeologico germanico alla Vaticana all’’American Academy’, per non parlare della Bodleian o dell’Ashmolean oxoniesi, la moltiplicazione sempre più dispersiva degli scritti filologici, sempre meno comprensibili e attraenti per le nuove generazioni, ho deciso di dedicarmi più intensamente e con un criterio ripensato in modo meno rigido alla trasmissione orale del sapere, mirando a costruire, in un incrocio tra analisi e sintesi, tra esegesi puntuale e sguardo d’insieme, una comprensione del testo antico che ne colga, nelle sfumature espressive e nella icasticità, la complessa ispirazione, ma anche le risposte di fondo agli ineludibili interrogativi esistenziali che, nel loro persistere, coinvolgono i giovani lettori. Così operando, dalle pagine antiche e da lezioni di vita sempre attuali ma disattese si schiude la potenzialità di un mondo radicalmente rinnovato.                    Ho dunque via via ampliato lo spettro delle mia cultura, a partire dalla specificità delle lingue e delle culture antiche fino agli apporti moderni e contemporanei che testimoniano una ripresa degli orizzonti sapienziali, in un fermento di autocoscienza generatrice di profonda e stabile felicità.  Il corso sull’’Eneide’ di Virgilio ha indotto i giovani a meditare in modo speciale sul tema della Provvidenza e delle sovrumane forze del male, nonché sul pericolo straziante della passione amorosa, che se non raggiunge il suo obiettivo, già magari in partenza trasgressivo, si traduce, da ansia indefinita di possesso, in vendicatività atroce. Il tema della ‘pietas’ si è poi dimostrato un approdo interiore per generazioni che dalle tumultuose vicende passate e recenti hanno raccolto incubi di spietatezza, spettri di disillusione e ansie di fuga. Dopo anni di corsi senecani (sintomatico dei tempi di una strisciante ma persistente aggressività è l’apprezzamento del ‘De ira’) mi sto dedicando alle ‘Confessioni’ di Agostino. Di straordinaria attualità è la critica della scuola, che non sembra essere stata raccolta nella sua drammatica denuncia, se è vero che nella scuola si insegna ancora ad ‘affermarsi’ prescindendo da un itinerario di impronta etica e sapienziale e puntando sul cumulo delle ‘nozioni’ in modo per lo più indiscriminato. Il mio interesse si è focalizzato sull’ìtinerario intellettuale che, mettendo in dubbio comode e illusorie o deleterie certezze, sia negative che positive, mira ad affermare la gioia incontrovertibile dell’approdo all’Assoluto, insieme ai tormenti dell’anima che resiste, prigioniera della storia. Ho esposto le mie considerazioni in pagine che cercano di leggere anche il dramma della solitudine metafisica della coscienza novecentesca e che ho stampato come dispense, ‘L’intimità di Dio. La preghiera nelle “Confessioni” di sant’Agostino’. 


Inglese

 Lecturer in Latin Language and Literature  (Winner of the competitive examination 1984 in the University of Salerno; tenure as from 1987; now working in the Department of Classical Philology at Rome University “La Sapienza”.)  I graduated in Classical Letters in March 1976 at Rome University “La Sapienza” with a doctoral thesis on “The Concept of ‘Classic’ in the Ancient World”, in which I also analysed the learned debate on the canon in eighteenth century criticism. My superviser was Professor Seevola Mariotti, with whom I later collaborated as a voluntary assistant for about six years, directing  study groups of enterprising young people. In 1982 I won a CNR (National Research Council) scholarship to the Wissenshaftliche Akademie in Munich, to collaborate on the Thesaurus linguae Latinae, a monumental work about the historical and critical lexis of the Latin language, based on exhaustive sources of information.  In the two years I worked there, I was fascinated by what I learned by assiduous, sistematic commitment, though regretful that the earlier romantic vigour of the early ‘fathers’ seemed to be fading into a less inspired analytical and technical skill. Meanwhile, since my thesis, I had been  researching the question of ‘classic’ in further depth both in the late ancient and medieval world, from the formal-linguistic phenomena to the aesthetic and ethical models.  In particular, I studied the twelfth-century Renaissance and the School of Chartres, focussing on John of Salisbury who, in his Metalogicon, revealed a crisis that was altering the  Scholastic orientation, placing  greater, though not exclusive, emphasis on the practical aims of study. He opposed this tendency, advocating a return to speculative and formative ends on the level of pure intellect, indispensable for any incisive, efficacious action in society. For a long time I engaged in the study of Apuleius, inspired by Prof. Mariotti’s memorable course in 1978, during which I realized that there was ample scope for research at different levels on the Metamorphoses: the rich language, embedded with precious elements from diverse registers, both cultivated and experiential, was an almost unexplored universe, and  the intrinsec  motivations had to be analysed.    I devoted special attention to Apuleius’ Florida, an anthology of  lively epideictic speeches of versatile complexity. The commentary is not yet complete because of disquieting preliminary questions that require a systematic probing of similar Greek texts. When addressing an educated audience, the orator scannned his words but also nearly whispered them in order to attract but, at the same time, induce his listeners to meditate. All the  ‘Sophist’ techniques were allowed, but the task was Socratic, almost religious. I have contributed to the following periodical publications: “Esperienze letterarie”, “Giornale Italiano di Filologia”, “Rivista di filologia”  and “Vigiliae Christianae”. After an article on the subject of my doctoral thesis, I published the results of research on the Metamorphoses (allusions and differences between Apuleius and Ovid; allegory and symbolism in the fable of Cupid and Psyche) and a paper in English on Asclepius. The latter is an oracular text of Egyptian inspiration found among the works of Apuleius and erroneously attributed to him. It is  a somewhat obscure work but disconcertingly modern, concerned with the natural unity of the cosmos and our destiny to return to the One after the fragmentation of history. In a contribution to the Miscellanea in honour of Scevola Mariotti (‘Dicti studiosus’), I put forward the hypothesis that Asclepius, abundantly quoted together with De deo Socratis by Augustine in De civitate Dei, may have been included among works by Apuleius just because of Augustine’s interest. In fact, it seems probable that the extant works by Apuleius, a very small number compared to his original production, were connected with the Augustinian library in Hippo. I spent from 1986 till 1988 and the two following summers in Oxford, where I had the opportunity to frequent distinguished English classicists with whom my husband, Nicholas Horsfall, Associate Professor at University College in London until 1987, had developed ideas and projects. These contacts continued frequently in Rome because lengthy visits to our city were mandatory at that time and more money was available for cultural purposes. Gradually, however, symptoms of uneasiness arose on account of the increasing fragmentation of  ‘knowledges’ and a conflictual debate on the part of the institutions; an attitude which put them on the defensive  and made them less credible in the face of society, less attentive and unwilling to take risks of mutual understanding or enter into deep and open-wide dialogue with others. When I transferred from the university of Salerno, where I had taught Prof.G.Viansino’s students for six years, I worked under Prof. L. Gamberale, from 1990 till 2003, holding seminars based on scrupulous philogical accuracy, according to the severe instructions of Mariotti’school (of which prof. Gamberale was a member), but open to discussion concerning the more general sense of the various texts proposed, according to my inner questions. I had spent years, day after day, in the prestigious classical libraries in Rome, the German Archeological Institute, the Vatican library and that of the American Academy, not to mention the Bodleian and the Ashmolean in Oxford. Little by little, however, I was dismayed by the proliferation of too much punctual and complicated philological papers, which were becoming increasingly incomprehensible and unattractive to the new generations. Hence my decision, taken while the reform of university was going on,  to renew my oral approach to teaching, by adopting less rigid criteria and endeavouring to build up, in the course of analysis and synthesis, accurate exegesis combined with an overall view, an understanding of the ancient text that might enable young readers to appreciate the nuances of expression, the artistic representation and complex inspiration, but also to find a profound solution to the inevitable existential problems  which even now they continue to face. Thus the potentialities of a radically new world might emerge from an unexpected approach to the ancient texts in relation to life today. For this reason, I have gradually extended my cultural range from the specifics of the ancient languages and cultures to modern and contemporary contributions which show that the frontiers of wisdom are again being pushed back in a ferment of self-knowledge so as to generate deep and stable happiness. My course on the ‘Aeneid’ has induced young people to meditate particularly on the theme of Providence and the superhuman powers of evil, as well as on the harrowing danger of love-passion which, if it does not achieve its object, sometimes transgressive from the start, can turn into unlimited hunger for possession and atrocious revenge. The  theme of ‘pietas’, too, has been a source of interior relief for generations that have been overwhelmed  by the nightmares of cruelty, spectres of disillusionment and the anxiety of fugitives from past and recent events. After years of teaching Seneca, (symptom of creeping but persistant aggressiveness it is a special appreciation of De ira), I am concentrating on the Confessions of Augustine. His powerful criticism of education is extraordinarily applicable to the present. It does not, however, seem to have been taken into consideration, if it is true that schools teach students how to ‘get on in life’ without any  ethical or sapiential guidance and concentrate on mere notions more or less indiscrimately. My teaching is focussed on an intellectual journey which, putting aside comfortable certainties, whether positive or negative, illusory or deleterious, aims at affirming the undeniable joy of attaining the Absolute as well as the anguish of the soul that resists, remaining a prisoner of history. I have outlined my thoughts in an attempt to interpret the drama of metaphysical loneliness in the twentieth-century conscience, printed as a set of university lectures entitled “Intimacy with God. Prayer in the Confessions of St. Augustine”.


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